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Untitled (Osaka Daisies)
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Untitled (Osaka Daisies)

Author: Andy Warhol
Title: Untitled (Osaka Daisies)
Year: 1970
Size: 30,5 × 29,9 cm
Edition:
Other: Andy Warhol Foundation stamp on verso; Published and fully referenced on Andy Warhol’s Catalogue Raisonnè, vol. 3, under number 2111

Price: ON REQUEST

 

Verso la fine degli anni ’60, il Museo di Arte Contemporanea di Los Angeles (LACMA) lanciò un progetto ambizioso: unire gli sforzi creativi degli artisti americani più importanti con le aziende più tecnologicamente avanzate, fornendo così agli artisti stessi dei mezzi espressivi fino ad allora impensabili.

All’interno di questo programma, chiamato “A&T – Art and Technology –“ Andy Warhol fu chiamato a collaborare con la Cowle’s Communication, un’azienda di Los Angeles che in quegli anni stava sviluppando, ancora in via embrionale, le tecniche olografiche della fotografia in 3D. A partire dal 1968 e per i seguenti due anni, Warhol e la Cowle’s Communication lavorarono ad una installazione sensoriale senza precedenti: la “Rain Machine”.

Il progetto di Warhol prevedeva un pannello di circa 3 metri per 5, composto da una sequenza di immagini in 3D, davanti al quale una serie di pompe idrauliche, tubi e spruzzatori facevano in modo di far scendere una pioggia costante. L’effetto visivo (la pioggia artificiale sul fronte e la serie di immagini 3D sullo sfondo) era stravolgente. L’osservatore, ponendosi di fronte alla installazione, aveva la percezione di trovarsi completamente immerso in una pioggia reale e le immagini 3D sullo sfondo, visibili attraverso il muro artificiale di acqua, apparivano come sospese e irreali.

Il pannello di immagini 3D era composto da 160 stampe, raffiguranti un prato verde e 4 margherite gialle. Warhol si occupò della ideazione e della composizione fotografica delle stampe; mentre la Cowle’s Communication trasformò quelle immagini in immagini tridimensionali.

La fase realizzativa del progetto incontrò non poche difficoltà, anche a causa della meticolosità di Warhol nel voler riprodurre fedelmente l’effetto percettivo che aveva in mente.

Dopo due anni di lavoro e diversi tentativi non riusciti, un primo prototipo in miniatura venne montato negli stabilimenti della Cowle’s.

L’effetto di quella installazione era così strabiliante che il Museo di Los Angeles, sponsor della iniziativa, decise di proporre la Rain Machine di Warhol all’Expo di Osaka 1970, dedicato proprio al rapporto tra Arte e Tecnologia.

Il carattere rivoluzionario della Rain Machine venne percepito sin da subito, ancora prima che l’Expo di Osaka aprisse i battenti. Durante la fase di installazione dell’opera, infatti, molti furono i problemi logistici da affrontare: le grandi dimensioni, il complesso marchingegno idaulico ed il rischio di danneggiare con l’acqua le opere degli altri artisti ospitati nel padiglione USA, spinsero gli organizzatori a considerare l’ipotesi di non installare la Rain Machine. Fu solo l’intervento degli artisti e dei critici d’arte presenti a Osaka 1970 a far sì che la Rain Machine di Warhol potesse essere presentata: essi infatti minacciarono di rimuovere tutti i loro lavori dai padiglioni dell’Expo se quella macchina non fosse stata collocata ed esposta.

Fu così che la Rain Machine di Andy Warhol fece la sua apparizione ad Osaka, generando reazioni di stupore ed entusiasmo tra i visitatori.

 

La tendenza ad imitare la vita reale in tutte le sue manifestazioni sta alla base dell’approccio innovativo e creativo insito nell’Arte.

Andy Warhol sposò a pieno questo paradigma ed il suo modo di fare Arte lo pose decenni avanti rispetto ai suoi tempi. Con questa installazione, Warhol diede la possibilità ai visitatori di vivere un’esperienza sensoriale mai provata prima: un’anticipazione clamorosa della realtà virtuale che solo 40 anni dopo, agli inizi del nuovo millennio, comincerà a fare parte della vita di tutti i giorni.

 

Della Rain Machine presentata ad Osaka, restano purtroppo solo le testimonianze fotografiche e poco altro. Una volta terminato l’Expo, l’installazione fu smantellata e distrutta. Neppure il pannello con le immagini 3D rimase integro: quasi tutte le stampe, infatti, risultavano irrimediabilmente danneggiate dopo essere state sottoposte per 6 mesi all’azione incessante dell’acqua (“a nessuno venne in mente di proteggere i pannelli con uno strato di plexiglass” comment, qualche anno dopo, lo stesso Warhol).

Solo una piccola parte del pannello (circa una sessantina di stampe) si salvò. Esso fu riportato negli Stati Uniti e succesivamente donato al Middlebury College Museum of Art, dove ancora oggi è collocato.

Le altre pochissime stampe 3D superstiti, raffiguranti le 4 margherite, furono probabilmente riconsegnate a Warhol e ai membri del team della Cowle’s Communication.

Quella proposta qui è una di quelle.

Pur essendo solo un frammento della Rain Machine di Warhol, questo lavoro rappresenta una testimonianza storica fondamentale nella carriera del Maestro della Pop Art.

A dimostrazione della importanza del lavoro presentato, un esemplare di questa stampa tridimensionale, autenticata e archiviata dalla Fondazione Andy Warhol, è inserito nel catalogo ragionato dell’opera dell’artista, terzo volume, e registrata con il n. 2111